Le linee guida della European Hernia Society suggeriscono che la procedura aperta “tension-free repair” di Lichtenstein e l’approccio laparoscopico rappresentino le migliori soluzioni chirurgiche per il trattamento dell’ernia inguinale, con risultati validi. Tra molti medici ed i loro pazienti, assecondati dagli organi di informazione, è diffusa la convinzione che il trattamento dell’ernia inguinale sia una procedura “banale”. Ma la definizione è profondamente errata. Se ci si riferisce all’ampia incidenza, allora parliamo di una patologia comune e diffusa, non certo banale. Nel secolo scorso tutti operavano un’ernia inguinale (da chirurghi generali, chirurghi pediatrici, urologi e ginecologi) ed i loro pazienti accettavano rassegnati i deludenti risultati. Quindi era una patologia sottovalutata, che veniva affrontata con molta disinvoltura, ma certamente non banale. Ricordiamone i risultati: Recidive sino al 20 % , postoperatorio invalidante, degenze e inabilità al lavoro di settimane, postumi gravi come atrofie del testicolo, o …dolori persistenti.
Da allora i progressi sono stati veramente rilevanti, l’introduzione delle protesi ha sensibilmente cambiato la storia clinica di questi paziente. Pazienti in cui si è alimentata la convinzione, falsa ed illusoria, che si affronti una chirurgia scontata ”pret a porter “. La loro aspettativa, eccessivamente ottimistica, in una discreta percentuale di casi sarà ancora delusa. Non si auspica, ma si pretende, una risolutiva rapida, poco traumatizzante, priva di dolore e complicanze, con il recupero immediato del proprio “STATO DI BENESSERE”, priva di postumi. Questo non esiste. Gli sforzi tendono a raggiungere questi obiettivi, ma centrarli sempre e tutti è ancora impossibile. Ne deriva che qualsiasi evento imprevisto, anche modesto, è MOTIVO DI INSODDISFAZIONE e complicanze, sempre possibili, si è poco disposti ad accettarle.
Del resto se ancora oggi le casistiche riferiscono complicanze, talora gravi, e se le tecniche più innovative lasciano dolore persistente postoperatorio è stimato intorno al 6-10%; se ogni anni sono dedicati alla terapia dell’ernia inguinale vivaci dibattiti, convegni ed accesi confronti tra gli operatori, se il mercato continua a sfornare innumerevoli dispositivi e raffinate tecnologie , se sono dedicate negli ultimi cinque anni circa 3000 pubblicazioni scientifiche all’ernia, è evidente che tanto banale e scontato il trattamento non è.
Oggi chi si dedica alla chirurgia della parete addominale considera il trattamento di un paziente con ernia inguinale una procedura delicata, attuata in una regione anatomo funzionale complessa il cui esito non è direttamente proporzionale alla perizia, competenza e diligenza con cui l’intervento è stato condotto.
Per questo è imprescindibile che in occasione della visita propedeutica all’intervento, il chirurgo dedichi una buona parte del colloquio con il paziente ad una completa e dettagliata informazione su tutti i molteplici aspetti del trattamento che vanno dalla scelta dell’anestesia, alla spiegazione semplice ma esaustiva delle tecniche per trattarla, dei presidi necessari, delle possibili complicanze a cui si esposti. Va evitata l’ambiguità di una lessico oggi comune in cui parole evasive come “mininvasivo.. ..tre buchetti…..un taglietto” non rispecchiano la delicatezza delle procedure chirurgiche, ma vogliono a rassicurare il paziente ed ottenere un consenso non sincero.
Un discorso a parte va dedicato, , al dolore post operatorio ed alle nevralgie inguino-crurali temporanee e/o persistenti. . Per quel che riguarda il dolore post operatorio non legato ad un coinvolgimento diretto di un nervo, le cause sono motivo di discussione da anni e ancora non hanno trovato una giustificazione condivisa. Il loro tasso di incidenza varia nelle varie casistiche dal 4 al 10%.
Allo scopo è fondamentale la sottoscrizione di un consenso informato, che il paziente ha valutato con calma nei giorni che precedono il trattamento, e mai la mattina stessa dell’intervento.